Raccomandata
Incarto n. 32.2017.202 TB
Lugano 14 settembre 2018
In nome della Repubblica e Cantone Ticino
Il Tribunale cantonale delle assicurazioni
composto dei giudici:
Daniele Cattaneo, presidente, Raffaele Guffi, Ivano Ranzanici
redattrice:
Tanja Balmelli, vicecancelliera
segretario:
Gianluca Menghetti
statuendo sul ricorso del 20 novembre 2017 di
RI 1 rappr. da: RA 1
contro
la decisione del 27 ottobre 2017 emanata da
Ufficio assicurazione invalidità, 6501 Bellinzona in materia di assicurazione federale per l'invalidità
ritenuto in fatto
1.1. A fine 1990 (doc. 1) RI 1, nata nel 1961, attiva nel ramo delle pulizie (15%) fino a dicembre 1989 e come casalinga (85%), ha chiesto prestazioni AI a causa del tumore al ginocchio sinistro apparso nell’ottobre 1989 e asportato chirurgicamente, che l’ha resa inabile al lavoro prima al 100% poi al 50% come casalinga (doc. 6) e al 100% come donna delle pulizie (doc. 16).
Con decisione del 25 luglio 1991 (doc. 11) l’Ufficio assicurazione invalidità le ha attribuito una mezza rendita di invalidità, che questo Tribunale ha confermato il 21 novembre 1991 (doc. 20).
1.2. Le revisioni che sono seguite hanno confermato il diritto alla mezza rendita di invalidità il 5 agosto 1992 (doc. 27), il 30 luglio 1993 (doc. 35), il 12 luglio 1994 (doc. 42) e il 2 ottobre 1996 (doc. 51).
La revisione avviata d’ufficio il 3 settembre 1999 (doc. 53) dall’amministrazione è sfociata nella conferma, il 13 luglio 2001 (doc. 75), del grado di invalidità del 50%, ma a seguito di nuovi rapporti medici e di una nuova inchiesta economica (doc. 94) è stato accertato un peggioramento, che ha portato l’Ufficio AI ad attribuire all’assicurata l’11 luglio 2003 (doc. 98) una rendita intera (grado AI 71%) dal 1° febbraio 2002 (doc. 99), confermata con la decisione su opposizione del 15 aprile 2004 (doc. 106).
Una nuova revisione d’ufficio del giugno 2007 (doc. 108) ha confermato poco dopo (doc. 116) questo diritto alla rendita, così come quella avviata (doc. 137) e conclusa nel 2013 (doc. 144).
1.3. Con l’ultima revisione d’ufficio, iniziata nell’ottobre 2014 (doc. 145), l’Ufficio AI ha disposto una perizia pluridisciplinare, che ha avuto luogo a fine 2015, volta alla determinazione della capacità funzionale residua in attività adeguata e come casalinga, sia sul piano somatico che su quello psichico. Preso atto del referto del 3 marzo 2016 (doc. 173) reso dal Servizio Accertamento Medico, del rapporto finale dell’8 marzo 2016 (doc. 175) del Servizio Medico Regionale, dell’esito dell’inchiesta economica per le persone che si occupano dell’economia domestica esperita nel mese di ottobre 2016 (doc. 177), condivisa dall’SMR (doc. 179) anche dopo l’invio di ulteriore documentazione medica (doc. 196), e del parere del consulente in integrazione professionale che l’ha ritenuta non reintegrabile per la parte salariata del 15% (doc. 199), con decisione del 27 ottobre 2017 (doc. A2), che ribadiva il progetto di decisione del 27 giugno 2017 (doc. 200) anche a seguito dei nuovi attestati medici che l’assicurata ha trasmesso con le sue osservazioni (doc. 203) e che hanno dato luogo l’11 ottobre 2017 (doc. 215) a una valutazione diretta da parte del dr. med. __________ dell’SMR che l’ha ritenuta inabile al lavoro sostanzialmente in ragione del 50% in attività adeguate, l’Ufficio AI ha ridotto la rendita intera di invalidità fissandola a un quarto, stante un grado AI globale del 44% (grado di invalidità del 29% come casalinga + grado AI del 15% come salariata).
1.4. Il 20 novembre 2017 (doc. I) RI 1, patrocinata dall’avv. RA 1, ha chiesto di annullare la decisione dell’Ufficio AI e quindi di ripristinare il suo diritto alla rendita intera di invalidità.
La ricorrente ha contestato che il suo stato di salute sia migliorato rispetto alla valutazione su cui si era fondata a suo tempo l’amministrazione per concederle la rendita intera. Anzi. Da un lato, gli ultimi traumi fisici subiti hanno ulteriormente ridotto la sua capacità fisica e, d’altro lato, essa soffre pure di ansia, attacchi di panico e tachicardia, ciò che la limita pure dal profilo psichico.
L’insorgente ha inoltre chiesto al TCA di verificare la correttezza del metodo misto adottato dall’amministrazione, essendo stata “giustamente” considerata come non reintegrabile nel mondo del lavoro, mentre ha espresso dei dubbi sulla valutazione come casalinga effettuata dall’assistente sociale, sia per la durata della visita sia per gli impedimenti stabiliti dalla stessa che vanno sicuramente aumentati, per giungere a un grado di invalidità parziale del 71% rispettivamente a un grado AI globale dell’86%, con conseguente riconoscimento di una rendita intera.
A suo dire, va dunque fatta allestire una perizia “su quel che effettivamente la Signora RI 1 è in grado di fare quale casalinga.”.
1.5. Con risposta del 29 novembre 2017 (doc. IV) l’Ufficio assicurazione invalidità, interpellata l’assistente sociale (doc. IV/1), ha proposto di respingere il ricorso e di confermare la soppressione della rendita, giacché dal profilo medico le valutazioni peritali erano valide e andavano ratificate.
L’amministrazione ha riassunto l’intero iter assicurativo che l’ha portata dapprima a concedere alla ricorrente una mezza rendita di invalidità dal 1991, poi una rendita intera (grado AI 71%) dal 1° febbraio 2002 e infine, con la revisione d’ufficio del 2014, a ridurle il diritto a un quarto. L’Ufficio AI ha ricordato che dalla perizia pluridisciplinare eseguita dal SAM è emerso che dal mese di maggio 2015, in seguito all’avvenuto miglioramento del suo stato di salute, l’assicurata era abile al lavoro in ragione del 50% in attività adeguate rispettivamente del 70% come casalinga. A questa perizia va conferita piena forza probatoria, giungendo gli specialisti a una conclusione logica e priva di contraddizioni, che è stata pure avallata dal dr. med. __________ del Servizio Medico Regionale. Sul trauma contusivo del 5 giugno 2017 si è espresso il dr. med. __________ dell’SMR che ha visitato l’assicurata l’11 ottobre 2017, il quale ha concluso che lo stato clinico generale era stabile.
Per quanto concerne l’aspetto economico, la contestazione delle risultanze dell’inchiesta domiciliare realizzata dall’assistente sociale non può essere tutelata, poiché quest’ultima ha valutato attentamente le difficoltà e le esigenze di ogni singola mansione.
Peraltro, il grado di impedimento globale del 34%, su cui si è di nuovo espressa nel dettaglio l’assistente sociale, si allinea a quello del 30% stabilito dai periti del SAM come inabilità al lavoro come casalinga. Ne discende che la valutazione del 19 ottobre 2016, fatta propria anche dal dr. med. __________ del Servizio Medico Regionale, va integralmente confermata, così come il grado di invalidità globale del 43,9%, che dà diritto a un quarto di rendita.
1.6. Il 14 dicembre 2017 (doc. VI) la ricorrente ha trasmesso al TCA il preannunciato certificato del dr. med. __________ allestito il giorno precedente, a comprova del fatto che la sua situazione psichica era peggiorata rispetto alla valutazione al domicilio del mese di ottobre 2016. Ella ha inoltre chiesto al Tribunale di sospendere la procedura sino alla produzione di un certificato medico definitivo da parte del suo psichiatra e ha nuovamente contestato le risultanze dell’inchiesta domiciliare, in particolare il calcolo delle diverse percentuali di impedimento segnatamente in relazione alla preparazione dei pasti che può effettuare unicamente da seduta e con operazioni che non richiedono più di pochi minuti. La ricorrente ha altresì confermato di servirsi dell’automobile, ma solo poiché è automatica, e ha precisato che ricorre a tutti gli effetti all’aiuto dei familiari (marito e figlia), ma ciò non giustifica assolutamente il grado di impedimento stabilito dall’assistente sociale, visto che comunque è costretta a fare capo pure a un aiuto domestico esterno.
1.7. Sentito il dr. med. __________ dell’SMR (doc. VIII/1), che ha precisato non esservi nozione di psicopatologie eventualmente invalidanti fino alla data della decisione impugnata, l’8 gennaio 2018 (doc. VIII) l’amministrazione ha affermato che la documentazione medica prodotta, posteriore alla data della decisione impugnata, non è atta a modificare la decisione resa. Anche la valutazione dell’inchiesta domiciliare, che ha rilevato l’esigibilità di una maggiore collaborazione da parte dei famigliari, va confermata alla luce delle concludenti spiegazioni fornite dall’assistente sociale su ogni singolo impedimento. Infine, l’Ufficio AI ha rilevato che l’insorgente non può ora rimettere in discussione quanto a suo tempo dichiarato in merito alla preparazione dei pasti e che l’assistente sociale ha annotato nel suo rapporto.
1.8. Rifacendosi al parere del suo psichiatra, il 15 gennaio 2018 (doc. X) l’insorgente ha contestato che i problemi psichici siano sorti soltanto dopo la decisione impugnata, ribadendo comunque la necessità di attendere un suo rapporto medico completo. Visto poi che lavorano, i familiari collaborano già quanto possono.
Il nuovo referto del 1° marzo 2018 (docc. A6-A8) del medico curante attestante un’osteoporosi severa e del 15 marzo 2018 (doc. A5) dello psichiatra curante che ribadiva una sindrome depressiva ricorrente, attuale episodio di entità media (ICD-10; F33.1) e una sindrome da attacchi di panico (ICD-10; F41.0), sono stati sottoposti all’attenzione dello psichiatra dell’SMR (dr. med. __________), sulle cui osservazioni (doc. XIV) l’Ufficio AI si è basato il 29 marzo 2018 (doc. XIV) per confermare la decisione impugnata, essendo il potere cognitivo del TCA delimitato al 27 ottobre 2017. Pertanto, a suo dire, la questione di un eventuale peggioramento dello stato di salute della ricorrente dovrà se del caso formare oggetto di un nuovo provvedimento amministrativo.
L’insorgente non ha formulato ulteriori osservazioni (doc. XV).
considerato in diritto
2.1. Oggetto del contendere è sapere se è a giusta ragione che, nell’ambito di una revisione d’ufficio, l’Ufficio assicurazione invalidità ha ridotto a un quarto il diritto alla rendita intera (grado AI 71%) riconosciuto all’assicurata nel 2004 con effetto dal 2002 poiché, sulla base della perizia pluridisciplinare di fine 2015 e dell’inchiesta domiciliare dell’ottobre 2016, dal profilo medico è stato riscontrato un miglioramento dello stato di salute dell’assicurata in ambito psichico, la quale sarebbe abile al lavoro al 50% in attività adeguate dal 1° gennaio 2015 (intesa come riduzione del rendimento), mentre in ragione del 70% come casalinga dal 1° maggio 2015. Dal calcolo effettuato con il metodo misto di raffronto risulterebbe un grado AI del 44%.
2.2. Secondo l'art. 4 cpv. 1 LAI in relazione con gli artt. 7 e 8 LPGA, con invalidità s'intende l'incapacità al guadagno presunta permanente o di rilevante durata, cagionata da un danno alla salute fisica o psichica, conseguente a infermità congenita, malattia o infortunio.
Gli elementi fondamentali dell'invalidità, secondo la surriferita definizione, sono dunque un danno alla salute fisica o psichica conseguente a infermità congenita, malattia o infortunio, e la conseguente incapacità di guadagno.
Occorre quindi che il danno alla salute abbia cagionato una diminuzione della capacità di guadagno, perché il caso possa essere sottoposto all'assicurazione per l'invalidità (Scartazzini, Les rapports de causalité dans le droit suisse de la sécurité sociale, Basilea e Francoforte sul Meno 1991, pag. 216 segg.).
Per incapacità al lavoro s'intende qualsiasi incapacità, totale o parziale, derivante da un danno alla salute fisica, mentale o psichica di compiere un lavoro ragionevolmente esigibile nella professione o nel campo di attività abituale. In caso d'incapacità al lavoro di lunga durata possono essere prese in considerazione anche le mansioni esigibili in un'altra professione o campo d'attività (art. 6 LPGA).
L'incapacità al guadagno è definita all'art. 7 LPGA e consiste nella perdita, totale o parziale, della possibilità di guadagno sul mercato del lavoro equilibrato che entra in considerazione, provocata da un danno alla salute fisica, mentale o psichica e che perdura dopo aver sottoposto l'assicurato alle cure ed alle misure d'integrazione ragionevolmente esigibili.
Secondo l’art. 8 cpv. 1 LPGA, è considerata invalidità l’incapacità al guadagno totale o parziale presumibilmente permanente o di lunga durata.
La nozione d'invalidità di cui all'art. 4 cpv. 1 LAI e 8 cpv. 1 LPGA è di carattere giuridico economico, non medico (DTF 116 V 249 consid. 1b).
L'art. 28 cpv. 1 LAI prevede che l'assicurato ha diritto ad una rendita se: a. la sua capacità al guadagno o la sua capacità di svolgere le mansioni consuete non può essere ristabilita, mantenuta o migliorata mediante provvedimenti d'integrazione ragionevolmente esigibili; b. ha avuto un'incapacità al lavoro (art. 6 LPGA) almeno del 40% in media durante un anno senza notevole interruzione; e c. al termine di questo anno è invalido (art. 8 LPGA) almeno al 40%.
L'art. 28 cpv. 2 LAI prescrive che gli assicurati hanno diritto ad una rendita intera se sono invalidi almeno al 70%, a tre quarti di rendita se sono invalidi almeno al 60%, ad una mezza rendita se sono invalidi almeno al 50% o a un quarto di rendita se sono invalidi almeno al 40%.
Tuttavia, il diritto alla rendita nasce al più presto dopo 6 mesi dalla data in cui l'assicurato ha rivendicato il diritto alle prestazioni conformemente all'art. 29 cpv. 1 LPGA, ma al più presto a partire dal mese seguente il compimento dei 18 anni (art. 29 cpv. 1 LAI).
In virtù dell'art. 28a cpv. 1 LAI, per valutare l'invalidità di un assicurato che esercita un'attività lucrativa si applica l'articolo 16 LPGA. Il Consiglio federale definisce il reddito lavorativo determinante per la valutazione dell'invalidità.
Ai sensi dell'art. 16 LPGA, il grado d'invalidità è determinato stabilendo il rapporto fra il reddito del lavoro che l'assicurato conseguirebbe dopo l'insorgenza dell'invalidità e dopo l'esecuzione di eventuali provvedimenti d'integrazione, nell'esercizio di un'attività lucrativa ragionevolmente esigibile da lui in condizioni normali di mercato del lavoro (reddito da invalido) ed il reddito del lavoro che egli avrebbe potuto conseguire se non fosse diventato invalido (reddito da valido).
Si confronta perciò il reddito che l'assicurato avrebbe potuto conseguire se non fosse divenuto invalido con quello che egli può tuttora realizzare, benché invalido, sfruttando la residua capacità lavorativa in attività da lui ragionevolmente esigibili in condizioni normali del mercato del lavoro, previa adozione di eventuali provvedimenti integrativi (metodo generale del raffronto dei redditi; DTF 128 V 30 consid. 1, 104 V 136 consid. 2a e 2b; Pratique VSI 2000 pag. 84 consid. 1b).
Nel confronto dei redditi la giurisprudenza - di regola - non tiene conto di fattori estranei all'invalidità, come ad esempio la formazione professionale, le attitudini fisiche e psichiche e l'età dell'assicurato (RCC 1989 p. 325; DTF 107 V 21; Scartazzini, op. cit., pag. 232). La misura dell'attività ragionevolmente esigibile dipende, d'altra parte, dalla situazione personale dell'assicurato e dalla possibilità di applicazione di misure reintegrative. La situazione personale dell'assicurato è essenziale per la valutazione della residua capacità al guadagno. Secondo il TFA i due redditi, dalla cui differenza emerge il grado dell'incapacità di guadagno, vanno stabiliti in maniera precisa. Se ciò non è possibile, devono essere calcolati sulla base di una valutazione fondata sulle circostanze concrete (SVR 1996 IV Nr. 74 consid. 2a, DTF 114 V 313 consid. 3a).
Nella DTF 107 V 21 consid. 2c, la Corte federale ha stabilito che l'assicurazione per l'invalidità non è tenuta a rispondere qualora l'assicurato, in ragione della sua età, di una carente formazione oppure a causa di difficoltà di apprendimento o linguistiche, non riesce a trovare concretamente un'occupazione (giurisprudenza confermata dall'allora TFA [dal 1° gennaio 2007: TF] con sentenza U 156/05 del 14 luglio 2006, consid. 5).
2.3. Se, però, un assicurato maggiorenne non esercitava un'attività lucrativa prima di essere invalido, l'applicazione nei suoi confronti del concetto di incapacità di guadagno non è possibile, poiché - in simili condizioni - l'invalidità non può cagionare una vera e propria perdita di guadagno. Ciò, in special modo, se non si può esigere da questi l'esercizio di una attività lucrativa.
Per questo motivo l'art. 8 cpv. 3 LPGA (cfr. art. 5 LAI) parifica l'impedimento di svolgere le proprie mansioni consuete all'incapacità al guadagno (metodo specifico di calcolo dell'invalidità; SVR 1996 IV Nr. 76 consid. 1; RCC 1986 pag. 246 consid. 2b; DTF 104 V 136).
In questo senso, l'art. 28a cpv. 2 LAI prevede che l'invalidità dell'assicurato che non esercita un'attività lucrativa ma svolge le mansioni consuete e dal quale non si può ragionevolmente esigere che intraprenda un'attività lucrativa è valutata, in deroga all'articolo 16 LPGA, in funzione dell'incapacità di svolgere le mansioni consuete.
L’art. 27 cpv. 1 prima frase OAI, nel tenore in vigore fino al 31 dicembre 2017, precisa a sua volta che per mansioni consuete di una persona senza attività lucrativa occupata nell'economia domestica s'intendono in particolare gli usuali lavori domestici, l'educazione dei figli nonché le attività artistiche e di pubblica utilità.
Secondo la prassi amministrativa, per il confronto si considerano soltanto attività assimilabili a quelle lucrative (come il lavoro domestico, amministrazione di patrimoni, attività benevole gratuite, ecc.). Sono quindi escluse le attività del tempo libero (N. 3082 delle Direttive concernenti l'invalidità e la grande invalidità (CIGI), edite dall'UFAS, in vigore dal 2015 nel tenore in essere fino al 31 dicembre 2017). L'invalidità viene così valutata sulla base di un confronto delle attività domestiche, da effettuare mediante un'inchiesta domiciliare (DTF 130 V 97; Pratique VSI 2001 pag. 158 consid. 3c). Si paragonano quindi le attività svolte dall'assicurato prima della sopravvenienza del danno alla salute con quelle che può svolgere posteriormente, applicando l'impegno che si può esigere da lui (RCC 1984 pag. 139; Duc, Les assurances sociales en Suisse, 1995, pag. 458; Maurer, Bundessozialversicherungsrecht, 1994, pag. 145).
Di regola si presume che non vi è impedimento dovuto all'invalidità se l'assicurato è ancora attivo nella sua economia domestica e segue, almeno parzialmente, le incombenze che lo concernono. Questa presunzione può tuttavia essere rovesciata se è stabilito che la persona lavora più di quanto è ragionevolmente esigibile oppure fa eseguire da altri la maggior parte dei lavori che non può eseguire personalmente (RCC 1984 pag. 139). L'importanza dell'attività della persona che si occupa dell'economia domestica dipende dalla struttura familiare, dalla situazione professionale del congiunto e dalle circostanze locali. Si distinguono quindi tre tipi di famiglia, quella senza figli, quella con figli o altri membri della famiglia che richiedono cure o quella in cui un coniuge collabora nell'impresa dell'altro.
Va qui segnalato che nel suo nuovo tenore in vigore dal 1° gennaio 2018, l’art. 27 cpv. 1 OAI prevede che per mansioni consuete secondo l'articolo 7 capoverso 2 LAI di assicurati occupati nell'economia domestica s'intendono gli usuali lavori domestici nonché la cura e l'assistenza ai familiari.
Il nuovo art. 27 cpv. 2 OAI stabilisce che per mansioni consuete secondo l'articolo 7 capoverso 2 LAI di membri di comunità di religiosi s'intende ogni attività svolta nella comunità.
Con la modifica dell’Ordinanza sono state adeguate le attività nell’ambito delle mansioni consuete svolte dalle persone occupate nell’economia domestica (cfr. R. Leuenberger - G. Mauro, “Changements dans la méthode mixte”, in Sécurité sociale 1/2018 pag. 40 seg (45-46)).
Come emerge dalle spiegazioni pubblicate dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali alla Modifica dell’ordinanza del 17 gennaio 1961 sull’assicurazione per l’invalidità (OAI) – Valutazione dell’invalidità per gli assicurati che esercitano un’attività lucrativa a tempo parziale (metodo misto) – in merito agli adeguamenti dal 1° gennaio 2018 concernenti l’applicazione del metodo misto in seguito alla sentenza 7186/09 della Corte europea dei diritto dell’uomo del 2 febbraio 2016, si è dunque posto l’accento sulle attività che possono essere equiparate a un’attività lucrativa ai sensi dell’art. 7 cpv. 2 LAI.
Si tratta delle attività che soddisfano il criterio dei terzi, vale a dire che, in caso di impossibilità dell’assicurato di svolgerle da sé, possono essere tipicamente eseguite da terzi dietro pagamento. Le attività volontarie svolte al di fuori dell’economia domestica, come le attività artistiche o di pubblica utilità, non possono invece essere equiparate a un’attività lucrativa e quindi riconosciute come mansioni consuete, se non in casi speciali (DTF 130 V 360 consid. 3.3.2). Queste occupazioni non vanno dunque disciplinate in modo generale dall’OAI e pertanto non sono più espressamente menzionate nell’Ordinanza (cfr. punto 1.2 pag. 6 delle citate spiegazioni dell’UFAS).
Come evidenziato dall’Ufficio federale sugli adeguamenti del metodo misto (cfr. punto III pag. 9), dal 1° gennaio 2018 il nuovo art. 27 OAI pone quindi l’accento sui lavori domestici necessari che possono essere equiparati ad un’attività lucrativa.
Per stabilire se un’attività nell’ambito delle mansioni consuete possa essere equiparata a un’attività lucrativa, è determinante il criterio dei terzi e quindi bisogna chiedersi se si tratti di un’attività che può essere eseguita da terzi (persone o ditte) dietro pagamento.
È per esempio il caso di lavori domestici necessari come la pianificazione e l’organizzazione della conduzione dell’economia domestica, la preparazione dei pasti (inclusa la pulizia della cucina), la pulizia dell’abitazione, gli acquisti e le altre mansioni nonché il bucato e la manutenzione dei vestiti. Se non possono essere ripartite tra gli altri familiari nel quadro dell’obbligo di ridurre il danno, infatti, queste attività dovranno essere affidate a servizi esterni a pagamento (persone di servizio).
Oltre ai citati classici lavori domestici, va considerata anche la cura e l’assistenza ai familiari; rilevante è però che essi vivano nella stessa economia domestica dell’assicurato.
Va ancora osservato che sia per i lavori domestici che per la cura e l’assistenza ai familiari, non si tiene però conto delle attività che vengono già svolte da terzi. Sono infatti prese in considerazione esclusivamente le attività che vengono affidate a terzi a proprie spese solo dopo l’insorgere del danno alla salute. Se, per contro, l’assicurato ricorreva a prestazioni di terzi a proprie spese già prima dell’insorgere del danno alla salute, allora per queste attività non v’è una limitazione di cui tenere conto, dato che continuano ad essere svolte da terzi come prima.
Ritenuto come la modifica riguardante le mansioni consuete nell’economia domestica ha dunque lo scopo di porre l’accento sulle attività fondamentali di ogni economia domestica, le attività puramente ricreative – le attività artistiche e di pubblica utilità vanno qualificate quali attività puramente ricreative, se non possono essere eseguite da terzi dietro pagamento - non rientrano tra le attività da considerare nell’ambito delle mansioni consuete (DTF 125 V 157 consid. 5c/bb).
Le nuove norme dell’Ordinanza hanno comportato la modifica della Circolare sull’invalidità e la grande invalidità nell’assicurazione per l’invalidità (CIGI) la quale, valida dal 1° gennaio 2015 e nella versione in vigore dal 1° gennaio 2018, ai NN. 3081 segg. spiega come deve procedere l’assistente sociale nella sua inchiesta domiciliare per calcolare il grado di invalidità in generale.
Per ciò che concerne il caso in esame, di regola si ritiene che i lavori di una persona sana occupata nell’economia domestica comprendono queste cinque attività usuali: pasti, pulizia e ordino dell’alloggio, acquisti e altre commissioni, bucato e cura dei vestiti, cura e assistenza ai figli e/o ai familiari, per le quali è assegnato un rispettivo limite massimo (N. 3087 CIGI).
Il grado di disabilità per ogni singola attività risulta dal confronto percentuale tra la ponderazione senza disabilità – stabilita dall’assistente sociale (N. 3083 CIGI) - e la limitazione dovuta alla disabilità (N. 3085 CIGI).
2.4. Nel caso in cui, invece, l'interessato svolga (o comunque svolgerebbe in assenza dei fattori invalidanti) solo parzialmente un'attività lucrativa, torna applicabile l’art. 28a cpv. 3 LAI, secondo cui se l'assicurato esercita un'attività lucrativa a tempo parziale o collabora gratuitamente nell'azienda del coniuge, l'invalidità per questa attività è valutata secondo l'articolo 16 LPGA. Se svolge anche le mansioni consuete, l'invalidità per questa attività è determinata secondo il capoverso 2. In tal caso, occorre determinare la parte dell'attività lucrativa o della collaborazione gratuita nell'azienda del coniuge e la parte dello svolgimento delle mansioni consuete e valutare il grado d'invalidità nei due ambiti.
Questo metodo di graduazione dell'invalidità (detto "metodo misto") è stato ancora una volta dichiarato conforme alla legge dal TFA in DTF 125 V 146.
Anche in altre occasioni l'Alta Corte ha confermato che il metodo misto, applicato ad assicurati che svolgono un'attività lucrativa unicamente a tempo parziale e consacrano il resto del loro tempo all'attività casalinga, è conforme alla legge e alla volontà del legislatore. Nemmeno è stata ravvisata una violazione dell'art. 8 CEDU (cfr. STFA I 276/05 del 24 aprile 2006, parzialmente pubblicata in Plaidoyer 5/06 pag. 54 segg.; sentenza I 156/04 del 13 dicembre 2005, pubblicata in SVR 2006 IV Nr. 42 pag. 151 segg.).
Questa giurisprudenza è stata ribadita ulteriormente nelle DTF 137 V 334, DTF 133 V 504 e DTF 133 V 477.
In una sentenza pubblicata in DTF 134 V 9, l'Alta Corte ha precisato la propria giurisprudenza e ha ammesso la possibilità di prendere in considerazione gli influssi reciprochi dell'attività lucrativa e dello svolgimento di mansioni consuete nell'ambito dell'applicazione del metodo misto. Una eventuale ridotta capacità nell'ambito professionale o dell'adempimento delle mansioni consuete (secondo l'art. 27 OAI) in seguito a maggiori sforzi compiuti nell'altro settore d'attività va tuttavia presa in considerazione solo a determinate condizioni.
Ricordato che il metodo misto è previsto per le persone che esercitano un’attività lucrativa e che oltre a questa conducono un’economia domestica o svolgono altre mansioni ai sensi dell’art. 8 cpv. 3 LPGA (art. 5 cpv. 1 vLAI nel tenore in vigore sino al 31 dicembre 2002), secondo giurisprudenza la riduzione del tasso di occupazione esigibile in un’attività lucrativa senza che questo tempo libero venga consacrato allo svolgimento delle mansioni consuete è irrilevante ai fini del metodo di valutazione dell’invalidità. In quest’ultima fattispecie è applicabile il metodo ordinario (DTF 131 V 51).
Chiamata a pronunciarsi in un caso in cui si trattava di valutare l'invalidità per gli assicurati che esercitano un'attività lucrativa a tempo parziale senza consacrare il loro tempo libero allo svolgimento delle mansioni consuete, l’Alta Corte, nella DTF 142 V 290, ha stabilito che la giurisprudenza secondo DTF 131 V 51, che concerne il metodo di confronto dei redditi applicabile alle persone che esercitano un'attività lucrativa a tempo parziale senza consacrare il loro tempo libero allo svolgimento delle mansioni consuete, deve essere precisata, nel senso che la limitazione nell'ambito lucrativo - in funzione dell'estensione del tasso ipotetico d'attività lucrativa parziale - deve essere considerata in modo proporzionale (cfr., al riguardo, STCA 32.2015.119 e STCA 32.2015.120, entrambe del 2 agosto 2016).
Ancorché non applicabile alla presente fattispecie, va ricordata la giurisprudenza sviluppata dal TF dopo la sentenza 7186_09 del 2 febbraio 2016 nella causa Di Trizio contro Svizzera - divenuta definitiva a seguito del rifiuto, in data 4 luglio 2016, da parte della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, della richiesta avanzata dalla Svizzera di un riesame della stessa -, nella quale la seconda sezione della Corte europea dei diritti dell’uomo, chiamata a pronunciarsi in una fattispecie in cui il TF aveva confermato la soppressione del diritto alla rendita nel caso di un’assicurata che, dopo la nascita di due gemelli, con l’applicazione del metodo misto non raggiungeva più un grado di invalidità pensionabile (STF 9C_49/2008 del 28 luglio 2008), ha tuttavia dichiarato (per 4 voti contro 3) che vi è stata una violazione dell’art. 14 combinato con l’art. 8 CEDU, che non va esaminata separatamente la violazione dell’art. 14 combinato con l’art. 6 CEDU e che non va esaminata separatamente neppure la violazione dell’art. 8 CEDU preso da solo.
La Corte europea - ricordato che non incombe a lei annullare e/o abrogare delle disposizioni di diritto interno riconosciute contrarie alla CEDU e che le sue sentenze hanno essenzialmente un carattere declaratorio - ha precisato che la Svizzera può scegliere liberamente, nella misura in cui queste soluzioni siano compatibili con le conclusioni di questo giudizio, in quale maniera conformarsi all’art. 46 CEDU evidenziando che, avuto riguardo all’insieme delle circostanze e al principio della sicurezza del diritto, la violazione della CEDU ravvisata nel caso esaminato non esige che si rimettano in discussione gli atti o le situazioni giuridiche analoghe stabilite precedentemente a questa sentenza (sul tema vedi pure la STCA 32.2015.66 del 17 marzo 2016).
Nella STF 9F_8/2016 del 20 dicembre 2016, pubblicata in DTF 143 I 50, pronunciandosi sulla domanda di revisione della STF 9C_49/2008 del 20 luglio 2008 a seguito della succitata sentenza 7186_09 del 2 febbraio 2016 della Corte europea dei diritti dell’uomo, la nostra Massima istanza ha evidenziato che la pronuncia della Corte europea concerneva un’assicurata che, al beneficio del diritto ad una rendita quale salariata al 100%, si è vista in seguito negare il diritto alle prestazioni solo perché, ritenuta la nascita dei figli e la conseguente riduzione del grado di occupazione, è stata considerata come una lavoratrice a tempo parziale con mansioni consuete (conduzione di un’economia domestica).
Questo nuovo status, essendo un motivo di revisione, ha avuto come conseguenza il cambiamento del metodo da applicare per il calcolo del grado di invalidità - dal metodo ordinario del confronto dei redditi (valido nei casi di assicurati con un’occupazione a tempo pieno) si è passati al metodo misto (valido nei casi di attività a tempo parziale e svolgimento di mansioni consuete) - che, nel caso concreto, ha portato alla soppressione della rendita in via di revisione rispettivamente alla limitazione temporale del diritto alla rendita riconosciuta con effetto retroattivo.
L’Alta Corte ha perciò concluso che vi è una violazione dell’art. 14 combinato con l’art. 8 CEDU allorquando le scelte (rientranti nella sfera di protezione dell’art. 8 CEDU) prese dalla persona assicurata costituiscono la sola causa del cambiamento di status e a seguito dell’applicazione del nuovo metodo di calcolo del grado d’invalidità (metodo misto) risulta la soppressione della rendita in via di revisione rispettivamente la limitazione temporale del diritto alla rendita riconosciuta con effetto retroattivo.
In una tale costellazione, allorquando questa è riconducibile unicamente ad un cambiamento di status e meglio al passaggio da assicurato con un’occupazione a tempo pieno a quella di assicurato attivo parzialmente con mansioni consuete, per ristabilire uno stato conforme alla CEDU bisogna rinunciare alla soppressione della rendita ai sensi dell’art. 17 LPGA.
Il Tribunale federale ha pertanto concluso che in questo caso la soppressione del diritto ad una rendita non è conforme alla CEDU. Per la ricorrente ciò ha significato che il diritto alla mezza rendita andava ripristinato anche dopo il 31 agosto 2004.
La nostra Massima istanza - rilevato che le precedenti considerazioni portavano all’accoglimento della domanda di revisione della STF 9C_49/2008 del 28 luglio 2008 e rinviando alla Lettera circolare n. 355 del 31 ottobre 2016 dell’UFAS - ha infine specificato che il giudizio del 2 febbraio 2016 della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, all’infuori della costellazione descritta al considerando 4.1, nulla mutava all’applicabilità del metodo misto (STCA 32.2016.21 del 17 febbraio 2017).
L’interpretazione data dal Tribunale federale nella DTF 143 I 50 (STF 9F_8/2016 del 20 dicembre 2016) è stata criticata dalla dottrina (u. Kieser, Gemischte Methode: ein Blick auf die bisherige Rechtsprechung, in: HAVE 2016 pag. 471 seg. (474); A. Mengis, IV Mutloser Entscheid des Bundesgerichts, in: Plädoyer 1/17 pag. 12 seg.).
Con sentenza 9C_604/2016 del 1° febbraio 2017, pubblicata in DTF 143 I 60, il Tribunale federale ha confermato il contenuto della DTF 143 I 50, aggiungendo al considerando 3.3.3 che la stessa non si applica soltanto nel caso di soppressione di una rendita in caso di revisione allorquando questa è riconducibile unicamente ad un cambiamento di status e meglio al passaggio da assicurato con un’occupazione a tempo pieno a quella di assicurato attivo parzialmente con mansioni consuete, ma anche nel caso di riduzione della prestazione in caso di revisione.
Nella STF 9C_525/2016 del 15 marzo 2017 il TF ha sottolineato come l'UFAS medesimo nella direttiva n. 355 del 31 ottobre 2016 ha segnalato che il Consiglio federale sta cercando di trovare una soluzione adeguata al problema (sull’argomento vedi la STCA 32.2017.53 del 13 novembre 2017 e la STCA 32.2016.86 del 15 maggio 2017).
Come detto, il 1° gennaio 2018 sono entrati in vigore gli articoli 27 e 27bis cpv. 2-4 OAI nel loro nuovo tenore (cfr. RU N. 107 del 19 dicembre 2017, pagg. 7581-7582). Al riguardo, dal comunicato stampa del 1° dicembre 2017 dell’UFAS intitolato “Maggiore equità nel calcolo del grado d’invalidità dei lavoratori a tempo parziale”, risulta che “(…) il Consiglio federale introduce un nuovo modello di calcolo per determinare il grado d'invalidità dei lavoratori a tempo parziale, che contribuisce a migliorare la conciliabilità tra famiglia e lavoro e soddisfa anche le richieste della Corte europea dei diritti dell'uomo. Nella sua seduta del 1° dicembre 2017, il Consiglio federale ha fissato l'entrata in vigore della relativa modifica d'ordinanza al 1° gennaio 2018. (…)”.
Detti articoli non possono tuttavia essere applicati alla presente fattispecie visto che, per consolidata prassi (STF 2C_471/2009 del 23 luglio 2010 consid. 5.3), in caso di modifica delle basi legali e in mancanza, come si avvera in concreto, di regolamentazione transitoria contraria, si applicano le disposizioni in vigore al momento della realizzazione dello stato di fatto che deve essere valutato giuridicamente o che produce conseguenze giuridiche (cfr. anche la DTF 132 V 215 consid. 3.1.1). Per contro le norme procedurali, in assenza di disposizioni transitorie, trovano immediata applicazione. Su questo argomento si veda anche la STF 9C_553/2017 del 18 dicembre 2017 e la Lettera circolare AI n. 372 dell’UFAS del 9 gennaio 2018.
2.5. Al fine di determinare il metodo di calcolo applicabile per stabilire l'eventuale invalidità, si deve anzitutto appurare se la persona esercitava o meno attività lucrativa immediatamente prima dell'insorgere dell'invalidità. Occorre in seguito verificare, fondandosi sulla globalità delle circostanze, se, ipoteticamente, in assenza del danno alla salute, l'assicurato avrebbe o meno esercitato un'attività lavorativa.
Ad esempio se l'assicurato esercitava o meno un'attività lucrativa immediatamente prima dell'insorgere dell'invalidità e se l'assicurato che non esercitava un'attività lucrativa ne avrebbe esercitata una in futuro se non fosse subentrato il danno alla salute. Grande importanza deve essere attribuita all'attività che veniva svolta al momento dell'intervento del danno alla salute invalidante, specie nel caso in cui le altre circostanze non hanno subìto modifiche rilevanti sino alla nascita del diritto alla rendita. Da considerare sono tutte le circostanze del caso concreto, segnatamente le condizioni finanziarie, familiari, l'età dell'assicurato, la sua situazione professionale, le affinità e la personalità dell'assicurato.
A nessuno di questi elementi va tuttavia attribuita un'importanza decisiva, per esempio nemmeno al mancato raggiungimento del minimo d'esistenza nel caso del mancato esercizio di un'attività lucrativa rispettivamente alla necessità economica di una simile attività (DTF 130 V 393 consid. 3.3; SVR 1996 AI Nr. 76; DTF 117 V 195; in argomento cfr. anche la STF 9C_150/2012 del 30 agosto 2012 consid. 3 e la giurisprudenza ivi citata; vedi inoltre Meyer-Blaser, Rechtsprechung des Bundesgerichts zum IVG, 2014, ad art. 5, pagg. 54-58 e 61-62 e Blanc, La procédure administrative en assurance-invalidité, Fribourg 1999, pag. 190).
Questa valutazione deve ugualmente prendere in considerazione la volontà ipotetica dell’assicurato che, in quanto fatto interno, deve essere in regola generale dedotta da indizi esterni (STF 9C_64/2012 dell’11 luglio 2012 consid. 5.2; STFA I 693/06 del 20 dicembre 2006, consid. 4.1.).
Va ancora rilevato che il metodo di calcolo non resta immutato. Ad ogni revisione si deve infatti accertare quale sarebbe stata l'attività esercitata dall'assicurato se non fosse stato invalido (SVR 1996 AI Nr. 76; DTF 117 V 195, 98 V 262; AJP 1994 pag. 784 segg.; STFA del 24 marzo 1994 solo parzialmente pubblicata in DTF 120 V 150; Meyer, op. cit., pag. 288; Blanc, op. cit., pag. 190-191).
2.6. Occorre inoltre segnalare che se il grado d'invalidità del beneficiario della rendita subisce una notevole modifica, che incide quindi in modo rilevante sul diritto alla rendita, questa sarà, per il futuro, aumentata o ridotta proporzionalmente o soppressa, d’ufficio o su richiesta (art. 17 cpv. 1 LPGA). Qualsiasi cambiamento importante delle circostanze suscettibile di incidere sul grado d’invalidità e, quindi, sul diritto alla rendita, può fondare una revisione giusta l’art. 17 LPGA.
I principi giurisprudenziali sviluppati in materia di revisione di rendite sotto il regime del vecchio art. 41 LAI sono applicabili anche all’art. 17 LPGA (DTF 130 V 343 consid. 3.5).
La revisione avviene d'ufficio quando, in previsione di una possibile modifica importante del grado d’invalidità o della grande invalidità oppure del bisogno di assistenza o di aiuto dovuto all'invalidità, è stato stabilito un termine al momento della fissazione della rendita, dell’assegno per grandi invalidi o del contributo per l'assistenza (art. 87 cpv. 1 lett. a OAI); o allorché si conoscono fatti o si ordinano provvedimenti che possono provocare una notevole modifica del grado d’invalidità, della grande invalidità oppure del bisogno di assistenza o di aiuto dovuto all'invalidità (art. 87 cpv. 1 lett. b OAI). Invece, se è fatta domanda di revisione, nella domanda si deve dimostrare che il grado d’invalidità o di grande invalidità o il bisogno di assistenza o di aiuto dovuto all'invalidità è cambiato in misura rilevante per il diritto alle prestazioni (art. 87 cpv. 2 OAI). Infine, qualora la rendita, l'assegno per grandi invalidi o il contributo per l'assistenza siano stati negati perché il grado d'invalidità era insufficiente, perché non è stata riconosciuta una grande invalidità o perché il bisogno di aiuto era troppo esiguo per avere diritto al contributo per l'assistenza, una nuova richiesta è riesaminata soltanto se sono soddisfatte le condizioni previste nel capoverso 2 (art. 87 cpv. 3 OAI).
Se la capacità al guadagno dell'assicurato migliora, v'è motivo di ammettere che il cambiamento determinante sopprime, all'occorrenza, tutto o parte del diritto a prestazioni dal momento in cui si può supporre che il miglioramento costatato perduri. Lo si deve in ogni caso tenere in considerazione allorché è durato tre mesi, senza interruzione notevole, e che presumibilmente continuerà a durare (art. 88a cpv. 1 OAI).
Analogamente, in caso di aggravamento dell'incapacità al guadagno, occorre tener conto del cambiamento determinante il diritto a prestazioni, non appena esso perdura da tre mesi senza interruzione notevole (art. 88a cpv. 2 OAI).
Queste norme sono applicabili non soltanto in caso di revisione della rendita, ma anche di assegnazione con effetto retroattivo di una prestazione limitata nel tempo (STF 8C_94/2013 dell’8 luglio 2013 consid. 4.1 e STFA 29 maggio 1991 nella causa St.; RCC 1984 pag. 137).
L’art. 88a cpv. 2 OAI è applicabile nei casi in cui al momento del cambiamento determinante il diritto a prestazioni esisteva già un’invalidità che dava diritto ad una rendita (STF 8C_303/2012 e 8C_340/2012 del 6 dicembre 2012, consid. 5.3).
Giusta l’art. 29bis OAI, se la rendita è stata soppressa a causa dell’abbassamento del grado di invalidità e l’assicurato, nel susseguente periodo di tre anni, presenta di nuovo un grado di invalidità suscettibile di far nascere il diritto alla rendita per incapacità al lavoro della stessa origine, il periodo precedente la prima erogazione verrà dedotto dal periodo d’attesa impostogli dall’art. 28 cpv. 1 lett. b LAI.
Infine, una diversa valutazione di uno stato di fatto rimasto invariato ed inizialmente approfonditamente esaminato non costituisce né un caso di revisione, né un caso di riconsiderazione (STFA I 8/04 del 12 ottobre 2005 pubblicata in Plaidoyer 1/06, pag. 64-65).
Quanto agli effetti della revisione di una rendita, per l’art. 88bis cpv. 2 OAI la riduzione o la soppressione della rendita è messa in atto, al più presto, il primo giorno del secondo mese che segue la notifica della decisione (lett. a).
Essa può però intervenire anche retroattivamente dalla data in cui avvenne la modificazione determinante, se l’erogazione illecita è causa dell’ottenimento indebito di una prestazione per l’assicurato oppure se quest’ultimo ha violato l’obbligo di informare, impostogli ragionevolmente dall’art. 77 (lett. b).
L’art. 88bis OAI è applicabile non solo in caso di revisione, ma anche in caso di modifica del diritto alla rendita stabilito in via di riesame (riconsiderazione) (Meyer, Rechtsprechung des Bundesgerichtes zum IVG, 2a edizione 2010, ad art. 30/31 (17 ATSG), pag. 395; Müller, Die materiellen Voraussetzungen der Rentenrevision in der Invalidenversicherung, 2003, pag. 95).
Condizione necessaria per l’applicazione dell’art. 88bis OAI è che l'errore giustificante una riconsiderazione concerna un argomento specifico dell’AI. La riduzione o soppressione della rendita a seguito di riconsiderazione avviene quindi di principio, giusta l’art. 88bis cpv. 2 lett. a OAI, con effetto pro futuro, eccezion fatta per i casi in cui l’assicurato ha violato il suo obbligo di informare, nel qual caso una modifica ha effetto ex tunc (art. 88bis cpv. 2 lett. b OAI; DTF 110 V 297 e 330, 119 V 432; Müller, op. cit., pag. 95 segg.). Il TFA ha pure stabilito che l’inizio della soppressione con effetto ex nunc della rendita va stabilito in applicazione analogica dell’art. 88bis cpv. 2 lett. a OAI (DTF 111 V 197).
2.7. La costante giurisprudenza ha stabilito che le rendite AI sono soggette a revisione non solo in caso di modifica rilevante dello stato di salute che ha un influsso sull'attività lucrativa, ma anche quando lo stato di salute è rimasto invariato, se le sue conseguenze sulla capacità di guadagno hanno subìto un cambiamento importante (DTF 130 V 349 consid. 3.5; DTF 113 V 275 consid. 1a; DTF 112 V 372 consid. 2b e 390 consid. 1b; DTF 109 V 116; DTF 105 V 30; RCC 1989 p. 323).
Affinché sia possibile la revisione di una rendita AI è dunque necessario che le condizioni cliniche e/o economiche dell'assicurato abbiano subìto una modifica, tale da influire sulla perdita di guadagno. Una semplice valutazione diversa delle circostanze di fatto, che sono rimaste sostanzialmente invariate, non giustifica comunque una revisione ai sensi dell’art. 17 LPGA (DTF 130 V 351; DTF 112 V 372 consid. 2b e 390 consid. 1b).
Per stabilire in una situazione concreta se vi sia motivo di revisione, da un punto di vista temporale vanno in particolare paragonati i fatti esistenti al momento della decisione formale iniziale con quelli esistenti nell’istante della pronuncia della nuova decisione (DTF 130 V 351 consid. 3.5.2; cfr. anche DTF 133 V 108). Da questo punto di vista un provvedimento che si limita a confermare una prima decisione di rendita non è rilevante (DTF 125 V 369, 109 V 262, 105 V 30; Meyer-Blaser, Rechtsprechung des Bundesgerichts zum IVG, 2010, p. 379).
A proposito della notevole modifica del grado d'invalidità quale condizione di revisione prevista dall’art. 17 cpv. 1 LPGA, nella DTF 133 V 545 la nostra Massima Istanza ha precisato che per le rendite dell'assicurazione invalidità, anche una modifica di poco conto nello stato di fatto determinante può dare luogo a una revisione se tale modifica determina un superamento (per eccesso o per difetto) di una soglia minima (cfr. consid. 6).
La revisione si occupa di modifiche nella situazione personale della persona assicurata (stato di salute, fattore economico). Modifiche di poco conto dei dati statistici non giustificano per contro una revisione di una rendita d'invalidità, nemmeno se a seguito di queste modifiche il valore soglia viene superato (per eccesso o per difetto; cfr. consid. 7).
Nella STF 9C_158/2012 del 5 aprile 2013 il Tribunale federale ha rammentato che una riduzione o soppressione può essere adottata quando le circostanze di fatto (di natura valetudinaria e/o economica) rilevanti per il diritto alla rendita si sono modificate in maniera considerevole (cfr. DTF 130 V 343 consid. 3.5 pag. 349 con riferimenti).
Secondo il principio dell’onere probatorio materiale, la situazione giuridica precedente deve permanere se una modifica rilevante della fattispecie non è dimostrabile con il grado della verosimiglianza preponderante (SVR 2012 IV n. 18 pag. 81, STF 9C_418/2010, consid. 3.1; cfr. anche sentenza 9C_32/2012 del 23 gennaio 2013, consid. 2).
Inoltre, nella successiva STF 9C_745/2012 del 30 aprile 2013, l’Alta Corte ha ricordato che a differenza di quanto prescritto dall'art. 17 cpv. 2 LPGA per le altre prestazioni durevoli, l'art. 17 cpv. 1 LPGA non esige in relazione alla revisione di una rendita d'invalidità una modifica notevole dello stato di fatto, ma (solo) una modifica notevole del grado d'invalidità. Questa modifica può risiedere sia in un cambiamento dello stato di salute sia in una modifica della componente lucrativa (STF 9C_886/2011 del 29 giugno 2012 consid. 3.1; DTF 133 V 545 consid. 6.1-6.3).
Da ultimo, nella DTF 141 V 9 (SVR 2015 IV Nr. 21) il Tribunale federale ha stabilito che se i fatti determinanti per il diritto alla rendita si sono modificati a tal punto da lasciare apparire una notevole modificazione dello stato di salute da giustificare una revisione, il grado d'invalidità deve essere stabilito nuovamente sulla base di fatti accertati in maniera corretta e completa, senza rinvii a precedenti valutazioni dell'invalidità (DTF 117 V 198 consid. 4b pag. 200; STF 9C_710/2016 del 18 aprile 2017 consid. 4.1; STF 9C_378/2014 del 21 ottobre 2014 consid. 4.2; STF 9C_226/2013 del 4 settembre 2013). Per questa ragione, nel quadro di una nuova valutazione dello stato di salute e della capacità di lavoro, un trauma alla spalla aggiuntivo al quadro clinico esistente non osta alla soppressione di una rendita (cfr. consid. 5 e 6).
2.8. Nel caso di specie, dopo avere richiamato gli atti medici ritenuti determinanti e sentito il parere del Servizio Medico Regionale che ha ritenuto necessario sottoporre l’assicurata a una perizia pluridisciplinare, l’Ufficio assicurazione invalidità l’ha affidata al Servizio Accertamento Medico.
La perizia è stata allestita il 3 marzo 2016 (doc. 173) dopo che il Servizio Accertamento Medico ha avuto modo di visitare l’assicurata i giorni 27 ottobre, 3, 7, 10, 24 e 25 novembre 2015, nonché il 5 dicembre 2015 per accertamenti pluridisciplinari ambulatoriali. Riassunti i certificati medici messi a sua disposizione dal 1990 al 2015, il SAM ha esposto l’anamnesi familiare, personale-sociale e professionale, patologica, sistemica, le affezioni attuali, la descrizione della giornata e la terapia.
Nelle constatazioni obiettive il perito ha descritto lo status dell’assicurata, gli esiti degli esami di laboratorio effettuati il 24 novembre 2015, degli esami radiologici del 3 e del 25 novembre 2015, di quelli cardiologici anch’essi del 25 novembre 2015 e degli esami neurologici del 10 novembre 2015.
Il 3 novembre 2015 il dr. med. __________, specialista FMH in reumatologia e riabilitazione, ha sottoposto l’assicurata a una valutazione e nel suo rapporto del 6 novembre seguente ha esposto l’anamnesi familiare, personale remota, sociale e professionale, quali dati soggettivi l’anamnesi attuale e l’affezione attuale, mentre quali dati oggettivi lo status reumatologico e gli esami radiologici della colonna toracale e lombare, come pure del ginocchio destro e sinistro.
Lo specialista ha posto la diagnosi con ripercussione sulla capacità lavorativa di contrattura con deficit funzionale al ginocchio sinistro in stato dopo protesi totale nel 1990 per un tumore gigantocellulare grado II, nonché reintervento nel 1993 con revisione della protesi e sostituzione del trapianto osseo con del cemento a seguito di instabilità; periartropatia omero-scapolare tendinopatica in parte anchilosante con capsulite retrattile alla spalla sinistra; fibromialgia di tipo primario.
Quale diagnosi senza ripercussione sulla capacità lavorativa il reumatologo ha individuato una cervico-toracolombalgia nell’ambito di alterazioni statiche e iniziali alterazioni di tipo degenerativo, prevalentemente alla colonna toracale; sindrome del tunnel carpale bilaterale e stato dopo tendinite stenosante del flessore del pollice destro infiltrata nel 2014; dolori alla pianta del piede e ai metatarsi bilateralmente; gonalgia a destra su ginocchia valga.
Nello stabilire le limitazioni funzionali, il perito ha osservato che l’assicurata era limitata prevalentemente dalla patologia al ginocchio sinistro con un’anchilosi sub-totale, che le impediva una deambulazione corretta, di salire e scendere le scale alternando la gamba sinistra con la gamba destra e le rendeva impossibile potersi inginocchiare con il ginocchio sinistro. Anche il mantenere delle posizioni per lungo tempo seduta era piuttosto associato a dei disturbi e doveva continuamente cambiare di angolazione del proprio ginocchio per potere sopportare di più i dolori. La messa in moto era problematica quando deve alzarsi o la mattina quando deve vestirsi. V’erano inoltre delle limitazioni per quanto riguardava il braccio sinistro, con una limitazione nell’abduzione di 80° così come l’elevazione e per quanto riguardava la rotazione esterna di 45°. L’assicurata non riusciva nella rotazione interna a raggiungere il gluteo sinistro, era limitata nell’alzare dei pesi sopra l’orizzontale con le braccia; il braccio sinistro non è il braccio dominante. Le altre patologie, sia quella alla colonna vertebrale come pure al ginocchio destro e alla pianta dei piedi bilateralmente, non erano determinanti per una limitazione funzionale. L’assicurata poteva alzare pesi fino a 10kg raramente da terra, poteva portarli e alzarli fino al massimo all’altezza del corpo; con più frequenza poteva portare pesi fino a 5kg. Poteva rimanere seduta per almeno due ore, mantenersi in piedi cambiando appoggio e muovendosi per circa due ore; era limitata nella deambulazione per un’ora, nel camminare su terreni sconnessi o in salita e discesa e nel fare le scale. Non poteva alzare pesi sopra l’orizzontale con il braccio sinistro, non era limitata nell’utilizzo delle mani in attività manuali fini, neppure nell’utilizzo di attrezzi se non troppo pesanti, non doveva fare forza con il braccio sinistro o lavorare contro resistenza.
Nello stabilire il grado di incapacità lavorativa dell’assicurata, il reumatologo l’ha ritenuta dal 1° febbraio 2002 inabile al lavoro al 100% nell’ultima attività esercitata di ausiliaria di pulizie, mentre nell’attività di casalinga l’incapacità era del 20%, intesa come riduzione della redditività sul posto di lavoro. Per quanto riguardava un’attività lavorativa adeguata, che tenesse conto delle limitazioni indicate, il perito ha ritenuto che dal 2002 l’assicurata presentasse una capacità lavorativa del 50%, intesa come riduzione della redditività sul posto di lavoro. La prognosi era piuttosto negativa per i disturbi lamentati dall’interessata, non erano inoltre indicati provvedimenti di riqualifica professionale, mentre lo era un tentativo di reinserimento professionale in un’attività lavorativa adatta. Lo specialista ha precisato che l’incapacità lavorativa determinata in attività adatta poteva solo in parte essere sommata a un’eventuale incapacità professionale dal punto di vista psichiatrico, ritenuto che il grado del 50% determinato teneva già in considerazione la sintomatologia dolorosa a carattere diffuso di cui l’assicurata soffriva in ambito fibromialgico. Infine, egli ha osservato che con delle fisioterapie intensive, con la biorisonanza e con eventualmente delle infiltrazioni si sarebbero potuti migliorare ulteriormente i disturbi alla spalla sinistra, ma comunque un miglioramento significativo della capacità professionale in attività adatta non sarebbe stato raggiungibile, tenendo in considerazione le altre due patologie: la fibromialgia primaria e la patologia al ginocchio sinistro.
Il 10 novembre 2015 il dr. med. __________, specialista FMH neurologia, che aveva già visitato l’assicurata nel 1995 e nel 2002 per delle brachialgie parestetiche, l’ha esaminata ora sia dal punto di vista clinico che elettroneurografico e nel suo referto steso il giorno seguente il perito ha esposto l’anamnesi, lo stato neurologico e l’esame elettroneurografico.
La diagnosi posta è stata di compressione cronica dei due nervi mediani nei canali carpali, prevalente a sinistra; esiti di lesione del nervo peroneo sinistro; emicrania senza aura.
Nella sua valutazione l’esperto ha evidenziato che l’assicurata presentava un quadro di compressione cronica dei due nervi mediani nei canali carpali e brachialgie sinistre in parte legate anche alla periatropatia anchilosante della spalla, con limitazione funzionale soprattutto all’elevazione e nell’abduzione, non deficit per il muscolo sottospinato. Nei membri inferiori esiti di lesione del nervo peroneo sinistro, attualmente ben recuperato, senza problemi maggiori alla marcia, nessuna sindrome cervico-vertebrale o lombo-vertebrale, problematiche piuttosto ortopediche e reumatologiche dei membri inferiori e del bacino, eventualmente anche a livello lombare su alterazioni statiche secondarie. La problematica neurologica maggiore era a quel momento la sofferenza del nervo mediano a sinistra nel canale carpale, meno anche del destro e quindi l’assicurata era impedita nelle sue attività manuali. Accusava inoltre delle cefalee dal carattere emicranico 1-2 volte alla settimana, che non sembravano essere motivo di incapacità lavorativa. Attiva ormai da 25 anni solo come casalinga, non riusciva più a praticare attività nemmeno di cucito a causa della problematica alle mani. Questo problema poteva però essere risolto chirurgicamente.
Per la capacità lavorativa, in considerazione della problematica alle due mani e al piede sinistro, il neurologo l’ha valutata essere del 70%, da integrare e non sommare ad altri gradi di incapacità lavorativa di origine ortopedica, reumatologica, psichiatrica e internistica.
Nel suo complemento del 12 febbraio 2016 il perito ha precisato che l’incapacità lavorativa del 30% era valida sia come casalinga sia in un’attività adeguata, dove l’uso delle braccia non fosse continuo e ripetitivo. I disturbi alle braccia sono presenti dal 1995 tanto che già allora era stata dichiarata inabile di lavorare in attività pesanti e in casa doveva essere aiutata dal marito e da terzi. La riduzione della capacità lavorativa era da intendere sia come diminuzione del rendimento che come anche un allungamento dei tempi di esecuzione delle attività, quindi anche del tempo di lavoro. Non erano possibili provvedimenti di integrazione, mentre l’assicurata poteva lavorare come sorvegliante, venditrice di oggetti non pesanti.
Dal punto di vista clinico la situazione non si era particolarmente modificata: al contrario, si notava un netto peggioramento della conduzione sensitivo-motoria del nervo mediano sinistro del canale carpale fra l’esame del 2015 e quello del 2002, situazione che poteva essere risolta chirurgicamente, perciò non era definitiva e dal punto di vista neurologico v’era la possibilità di miglioramento per la compressione dei nervi mediani nei canali carpali e anche l’emicrania poteva regredire di frequenza con il passare degli anni dopo la menopausa.
Una visita cardiologica è stata effettuata il 25 novembre 2015 da parte del dr. med. __________, specialista FMH in cardiologia, il quale nel referto di pari data ha raccolto l’anamnesi ed esposto l’esame obiettivo con l’esito dell’ECG, della ecocardiografia e dell’Holter 24 ore.
Il perito ha osservato che l’esame cardiovascolare era nei limiti di norma, non si sono evidenziate patologie a carico della sfera cardiaca. Le palpitazioni lamentate che in parte potevano essere dovute a delle tachicardie atriali di brevissima durata non rivestivano un’importanza clinica e la prognosi era molto buona. La capacità funzionale dell’assicurata non ha potuto essere valutata, in quanto quest’ultima ha preferito evitare la prova da sforzo per dolori articolari e in particolare al ginocchio. Tuttavia, poiché l’interessata riusciva a camminare in pianura e anche in salita, la sua capacità funzionale poteva essere definibile come almeno nei limiti di norma. D’avviso del perito, una malattia coronarica emodinamicamente significativa non era presente.
Il cardiologo ha posto la diagnosi di palpitazioni in parte dovute a rare tachicardie atriali non sostenute con esame ecocardiografico nei limiti di norma e ECG normale.
Nel valutare la capacità lavorativa egli ha ritenuto che, dal profilo strettamente cardiologico, l’assicurata era abile al 100% nella attività di ausiliaria di pulizie, in altre e così pure come casalinga.
Infine, l’interessata è stata pure sottoposta a una valutazione psichiatrica da parte della dr.ssa med. __________, specialista in psichiatria, con cui ha avuto due colloqui clinici il 7 novembre (di 60 minuti) e il 5 dicembre 2015 (durato 30 minuti).
Il rapporto peritale dell’11 dicembre 2015 espone un’introduzione in cui vengono riassunti i precedenti certificati medici attinenti a diagnosi psichiche, l’anamnesi personale e patologica (nel corso degli anni l’assicurata è stata seguita da diversi psichiatri, ma da anni non assumeva più alcuna terapia farmacologica di interesse psichiatrico; dall’aprile 2014 era seguita da una psicoterapeuta con sedute ogni 15-20 giorni), i dati clinici soggettivi, la farmacoterapia (solo farmaci erboristici) e lo status psichico.
La psichiatra non ha posto alcuna diagnosi psichica con influsso sulla capacità lavorativa, mentre senza ripercussione ha indicato una sindrome mista ansioso-depressiva (ICD-10; F41.2) e una sindrome somatoforme da dolore persistente (ICD-10; F45.4).
La perita ha altresì evidenziato che i criteri di Förster non erano positivi: il quadro algico appariva sì cronico e poco rispondente alle terapie organiche, ma l’assicurata non manifestava una compromissione del funzionamento biopsicosociale, né franco ritiro o funzionamento regredito. Il quadro somatoforme non si associava a rilevante diagnosi psichiatrica altra. L’esperta ha sottolineato che l’assicurata aveva una presa a carico psicologica, ma nessuna terapia farmacologica psichiatrica salvo quanto registrato nell’area fitoterapica. Da anni non assumeva alcun antidepressivo per supposti effetti collaterali.
Nelle sue conclusioni, l’esperta ha evidenziato che, dall’esordio, il quadro ha mantenuto una qualità espressiva nell’area mista ansioso-depressiva con note di ansia acuta più o meno presenti a seconda delle fasi contingenti di vita. Non si evidenziavano elementi compatibili con un franco episodio depressivo né nessuno lo aveva mai certificato in precedenza. Il quadro algico, che era anche stato denominato fibromialgico, poteva essere inteso in tal senso soprattutto per la diffusione dei sintomi dolorosi ad altri distretti, per la persistenza, la scarsa risposta ai trattamenti. Non risultavano però positivi i criteri di Förster riferiti ad eventuale comorbidità psichiatrica di rilievo, non si registrava regressione del funzionamento e ritiro sociale. Il quadro espressivo della sindrome mista dall’esordio fino a quel momento appariva migliorato nell’espressività, tanto che da molti anni l’assicurata non ha più dovuto tentare di assumere farmaci psichiatrici, ma ha potuto giovarsi di terapie con piante ed altre tecniche psicologiche anche tipo rilassamento. Pertanto, a dire della perita, il quadro espressivo riscontrato non poteva sostenere alcuna percentuale di incapacità lavorativa per motivi psichici: abile quindi al 100% per l’attività di casalinga, nell’attività da ultimo svolta così come per tutte le altre teoricamente esigibili adatte alla situazione fisica.
Da ultimo, la psichiatra ha osservato che già nel ricovero a __________ del 2002 si era richiamata l’attenzione sul fatto che il limite della capacità lavorativa anche come casalinga fosse da riferirsi ad aspetti somatici. Infine, non era possibile definire a posteriori un’epoca precisa di netto miglioramento, però il quadro riscontrato all’esame era così espresso da tempo. Essa ha quindi affermato che almeno da sei mesi prima della sua visita peritale il quadro fosse stabile e invariato.
Il 29 febbraio 2016 alle ore 11.30 i periti del Servizio Accertamento Medico e il dr. med. __________ e il dr. med. __________ hanno avuto modo di discutere del caso in teleconferenza in modo esaustivo. Alla luce delle consultazioni dei quattro specialisti, il SAM ha posto le diagnosi con e senza influsso sulla capacità lavorativa stabilite dai singoli esperti.
Nella valutazione medico-teorica globale dell’attuale capacità lavorativa della ricorrente nella precedente attività, gli esperti hanno ritenuto che dal 1° febbraio 2002 l’assicurata presentava una capacità lavorativa nulla come ausiliaria di pulizie a causa della patologia reumatologica prevalentemente a carico del ginocchio sinistro, che le comportava un’anchilosi subtotale e determinate limitazioni funzionali.
La sua capacità lavorativa in attività adeguate, tenendo conto delle limitazioni funzionali elencate dal perito reumatologo, era del 50% a causa prevalentemente della patologia reumatologica; in questa riduzione sono state considerate sia le limitazioni funzionali determinate dalle problematiche somatiche sia la sintomatologia dolorosa a carattere generalizzato nell’ambito del quadro di tipo fibromialgico. Inoltre, essendo la problematica della spalla sinistra di insorgenza più recente rispetto ai problemi del ginocchio che risalgono agli inizi del 2000, tale problematica doveva essere tenuta in considerazione nella ricerca di un’attività adatta, con idoneità per attività non ripetitive con le braccia, non sollevamento di pesi e non sollevamento del braccio sinistro sopra l’orizzontale.
Dal punto di vista neurologico esisteva un’incapacità lavorativa del 30%, che i periti hanno integrato nell’incapacità lavorativa del 50% dal punto di vista reumatologico; per la patologia neurologica è stata consigliata un’attività dove l’uso delle braccia non fosse continuo e ripetitivo.
Le varie incapacità lavorative non andavano dunque sommate, ma integrate, in quanto i limiti funzionali sia agli arti superiori che inferiori erano gli stessi da entrambi i consulenti. La riduzione al 50%, valida da maggio 2015 quando è subentrato un miglioramento del quadro clinico dal lato psicoaffettivo, era da intendersi come riduzione del rendimento sul posto di lavoro, che comportava un allungamento dei tempi di esecuzione delle attività. Per il periodo precedente faceva stato quanto deciso dall’Ufficio AI nelle varie revisioni.
Come casalinga l’assicurata risultava inabile al lavoro in ragione del 20% (intesa come riduzione del rendimento) dal punto di vista reumatologico, mentre per la patologia neurologica concernente in primo luogo la sindrome del tunnel carpale era stata ritenuta inabile al 30%. L’incapacità lavorativa complessiva in attività di casalinga era dunque del 30%.
Per i periti non risultavano indicati dei provvedimenti di riqualifica professionale. Per la patologia reumatologica la prognosi era piuttosto negativa, giacché la fibromialgia primaria, come pure la patologia al ginocchio sinistro, non erano in grado di portare all’assicurata un miglioramento significativo della capacità professionale in attività lavorativa adatta. Dal lato neurologico esisteva la possibilità di miglioramento con intervento chirurgico.
Gli specialisti intervenuti hanno riconosciuto un quadro di stabilità dal punto di vista somatico e un quadro migliorato dal lato psichiatrico. Era difficile dire a partire da quando il quadro psichico fosse migliorato; stanti le prese a carico precedenti e l’assenza di una terapia psicofarmacologica, il SAM ha ritenuto che la capacità lavorativa totale dal lato psichiatrico era sicuramente presente da almeno sei mesi prima della valutazione della dr.ssa __________, ossia dal 7 maggio 2015 in poi.
Sulla scorta di questa perizia pluridisciplinare, l’8 marzo 2016 (doc. 175) il dr. med. __________, FMH in psichiatria e psicoterapia, attivo presso il Servizio Medico Regionale, nel rapporto finale SMR ha confermato le diagnosi stabilite dagli esperti del Servizio Accertamento Medico, così come i gradi di incapacità lavorativa (100% dal novembre 2001 in qualsiasi attività, 50% dal maggio 2015 in attività adeguate intesa come riduzione del rendimento fermo restando determinate limitazioni funzionali), osservando che il miglioramento della patologia psichiatrica anamnestico era avvenuto almeno sei mesi prima della valutazione della dr.ssa __________ del novembre 2015. Non era infatti più presente l’importante sindrome depressiva che era stata diagnosticata nel gennaio 2002 presso la Clinica di riabilitazione di __________. Nelle sue osservazioni, il dr. med. __________ ha affermato:
" All’epoca della decisione del maggio 2003, per comorbidità: somatica + psichiatrica (depressione) + sindrome non oggettivabile (fibromialgia/somatoforme) avevamo giudicato IL 100% in qualsiasi attività.
Parallelamente, mediante inchiesta casalinghe avevamo stabilito limitazione 67% nei lavori domestici.
Ora viene a cadere completamente la patologia psichiatrica
Permane la patologia non oggettivabile e la limitazione somatica.
Per il livello salariata abbiamo definito il limite dal punto di vista esclusivamente somatico.
Per il livello casalinga dobbiamo aggiornare l’inchiesta e verificare se siano mutate le condizioni abitative e gli aiuti.”.
Il medico SMR ha concluso che le terapie raccomandate nella perizia erano solo proponibili, ma non esigibili e che la componente di dolori non oggettivabile lasciava dubbi sull’esito effettivo di qualsiasi intervento invasivo. Per la parte psichiatrica, non essendovi patologia invalidante, non era necessario diffidare a particolari terapie.
Il 19 ottobre 2016 un’assistente sociale ha quindi valutato le capacità dell’assicurata nello svolgimento di mansioni consuete.
Il dr. med. __________ dell’SMR, FMH psichiatria e psicoterapia, l’8 novembre 2016 (doc. 179) ha affermato che l’inchiesta a domicilio era completa ed esaustiva e pienamente condivisibile dal lato medico-psichiatrico (limitazione del 34%).
Il 2 dicembre 2016 il dr. med. __________, medico curante dell’assicurata, ha trasmesso all’Ufficio AI la lettera di uscita del 23 marzo 2016 (doc. 184) relativa alla consultazione avuta presso la Clinic a di riabilitazione di __________ due giorni prima.
Il dr. med. __________ aveva in sostanza posto come diagnosi principali: 1. dolore e limitazioni alla spalla sinistra su problematica della cuffia dei rotatori con segni per impingement; 2. Disturbi di deambulazione a sinistra con dolore e limitazione funzionale del ginocchio sinistro; 3. Brachialgia sinistra; 4. Cervico-dorsalgia su disturbo di postura e componente miofasciale; 5. Lombalgia cronica su disturbo di postura e insufficienza del corsetto muscolare; 6. Dolore cronico con fibromialgia. Quali diagnosi secondarie: 7. Sindrome ansioso-depressiva con attacchi di panico; 8. Intolleranze alimentari multiple; 9. Allergia alla penicillina e ai derivati di Dafalgan.
Dall’esame oggettivo è emersa una deambulazione con zoppia a sinistra, un’importante sindrome miofasciale del cingolo omero-scapolare bilateralmente, mobilità della spalla sinistra attiva con elevazione di 90°, abduzione 80° con ritmo scapolo-dorsale patologico e dolore a fine movimento; segni per impingement positivi. Mobilità del ginocchio sinistro molto limitata con flessione a 70° e deficit di estensione di 20° con dolori a fine movimento. Deficit di estensione attiva del ginocchio sinistro per forti dolori in zona anteriore. Passaggi posturali in autonomia, l’assicurata si svestiva nella parte superiore con fatica.
Nella sua valutazione lo specialista ha indicato che si trattava di una sintomatologia complessa e multidistrettuale con due problemi locali e un quadro di sindrome fibromialgica diffusa. Da una parte l’assicurata presentava un’importante sindrome miofasciale del cingolo omero-scapolare di sinistra, associato a dei segni di impingement della spalla sinistra. Dall’altra parte l’interessata presentava un disturbo della deambulazione con la gamba sinistra in esiti di intervento per tumore gigantocellulare e caduta nel 2012 con dei disturbi persistenti dopo questa caduta e delle nette limitazioni della mobilità articolare del ginocchio sinistro, associato a un’importante amiotrofia dei quadricipiti bilateralmente. All’assicurata è stata proposta una riabilitazione interdisciplinare focalizzata a un miglioramento della funzionalità dell’arto superiore sinistro e della deambulazione associata a un programma con una componente psicosomatica con dei colloqui con uno psicologo e uno psichiatra.
A seguito della degenza dal 12 maggio all’8 giugno 2016 presso la medesima Clinica, è stata redatta la lettera di uscita del 6 luglio 2016 in cui le diagnosi poste sono state essenzialmente le medesime – quali diagnosi secondarie sono state aggiunte l’obesità classe I, gli acufeni e vertigini ricorrenti di natura da definire e il disturbo ansioso -, così come le constatazioni oggettive. Dato seguito al progetto riabilitativo e stante un decorso senza complicanze maggiori, alla dimissione la paziente presentava condizioni cliniche generali stabili, soggettivamente era contenta dei risultati ottenuti, soprattutto del miglioramento della mobilità del braccio destro, dell’aumento della forza degli arti inferiori e del recupero della resistenza globale allo sforzo. In generale si muoveva meglio e i dolori generalizzati erano leggermente diminuiti. Per contro, la sintomatologia e la mobilità del ginocchio sinistro erano invariate. Oggettivamente era migliorata la mobilità della spalla (elevazione ed abduzione attiva 130°) e la fluidità nei movimenti, mentre quella del ginocchio sinistro era rimasta invariata.
Pronunciatosi sulla prima lettera di uscita dalla Clinica, il 27 febbraio 2017 (doc. 196) il dr. med. __________ dell’SMR ha ritenuto che la stessa non modificava sostanzialmente né il rapporto finale dell’8 marzo 2016, né il contenuto dell’inchiesta domiciliare e neppure la conferma dell’8 novembre 2016.
L’Ufficio AI ha quindi fatto proprie le conclusioni del medico SMR per emettere il progetto di decisione del 27 giugno 2017 (doc. 200), con cui ha stabilito che la limitazione del 100% come salariata portava a un grado di invalidità parziale del 15% e che la limitazione del 34% come casalinga comportava un’invalidità parziale del 28,90%, per un’invalidità complessiva del 44%.
L’assicurata ha formulato il 10 luglio 2017 (doc. 203) delle osservazioni a questo progetto, contestando che il suo stato di salute fosse migliorato per il solo fatto che era in grado di cucinare o di fare piccole mansioni in casa, tanto che doveva fare capo a terze persone, oltre che al marito, per svolgere i lavori più pesanti.
Ha prodotto un referto del pronto soccorso che attestava che il 5 giugno 2017 il ginocchio sinistro ha subito un trauma contusivo, presentava algie e importante tumefazione in ragione mediale, abrasione in regione rotulea 2x2cm, non deficit neurovascolari.
Il referto del 4 luglio 2017 (doc. 205) reso dal chirurgo ortopedico dr. med. __________ indicava che v’era stato un netto miglioramento della sintomatologia dolorosa nella parte posteriore della coscia e della gamba e che poiché il quadro clinico non era eccellente la paziente necessitava ancora di rimanere in inabilità lavorativa, anche se il ginocchio appariva stabile in stress varo-valgo.
Nel suo successivo rapporto del 7 agosto 2017 (doc. 210) raccolto dall’Ufficio AI, lo specialista ha indicato che l’interessata stava effettuando fisiokinesiterapia con un buon recupero della funzionalità residua e una netta diminuzione della sintomatologia dolorosa, consigliandole di proseguire con questa terapia stante la persistenza di dolore a livello della parte muscolare flessoria della gamba.
Analizzati i referti medici del 5 giugno, del 4 luglio 2017 e del 7 agosto 2017, il 3 ottobre 2017 (doc. 211) il dr. med. __________ del Servizio Medico Regionale ha affermato che quest’ultimo non conteneva alcuna informazione di carattere clinico-funzionale utile a una corretta valutazione dello stato attuale. Pertanto, ha ritenuto opportuno convocare l’assicurata presso l’SMR per una valutazione clinica dello stato funzionale attuale.
Durante la visita dell’11 ottobre 2017 durata dalle 9.30 alle 12, il medico ha esposto l’anamnesi con i disturbi soggettivi, la terapia farmacologica in atto e lo status, con particolare riferimento alla marcia, al mantenimento della posizione eretta, alle condizioni del ginocchio sinistro, che presentava un deficit di estensione di 40°, non modificabile, e un deficit di flessione pari a 65°.
La diagnosi posta era di deficit importante e permanente di flesso-estensione a carico del ginocchio sinistro con dolore evocabile ai movimenti e al carico su/con: trauma diretto da caduta in giugno 2017; contrattura con deficit funzionale al ginocchio in stato dopo PTG nel 1990 per tumore giganto-cellulare di grado II, nonché reintervento nel 1993 per revisione protesi e sostituzione del trapianto osseo del cemento a seguito di instabilità.
Il dr. med. __________ ha quindi potuto rilevare la persistenza dell’importante deficit di flesso-estensione a carico del ginocchio sinistro nonché la perdita di forza e di resistenza muscolare che, in ultima analisi, inficiava la deambulazione e la stabilità posturale alla luce anche della pressoché totale perdita di massa muscolare a carico della muscolatura della coscia e in particolare del quadricipite femorale, perdita che trovava la sua espressione massima nel vasto mediale, praticamente assente.
Il medico ha rilevato che l’assicurata si era sottoposta a numerosi cicli di fisioterapia sia in ambito ambulatoriale che stazionario ottenendo dei risultati soltanto parziali che, considerando gli oltre 20 anni di decorso, non avevano margine di miglioramento.
Lo stato clinico generale era stabile rispetto alle altre limitazioni note e valutate in ambito peritale SAM. Pertanto, il dottor __________ ha confermato l’inabilità lavorativa completa in attività abituale da novembre 2001 e continua; l’incapacità lavorativa completa in attività adeguata da novembre 2001 ad aprile 2015; del 50% intesa come riduzione del rendimento da maggio 2015 al 4 giugno 2017; l’incapacità lavorativa completa dal 5 giugno al 4 luglio 2017 e infine nuovamente del 50% dal 5 luglio 2017 in poi.
Come casalinga l’inabilità era del 30% per gli stessi periodi.
Basandosi su queste conclusioni, con decisione del 27 ottobre 2017 (doc. A2) l’Ufficio AI ha ritenuto l’assicurata inabile al 100% dal novembre 2001 in qualsiasi attività, dal maggio 2015 inabile al 50% in attività adeguate e, sempre da quel momento, al 30% come casalinga, intese come riduzione del rendimento.
Con il ricorso del 20 novembre 2017 l’assicurata ha preannunciato al TCA che avrebbe trasmesso un certificato dello psichiatra curante.
Nel referto del 13 dicembre 2017 (doc. A4) il dr. med. __________, FMH psichiatria e psicoterapia, ha precisato di avere in cura l’assicurata dal 22 novembre 2017. Esposta l’anamnesi con particolare attenzione agli aspetti psichici di cui si sono occupati altri colleghi, lo specialista ha posto la diagnosi di sindrome depressiva ricorrente, attuale episodio di entità media (ICD-10; F33.1) e di sindrome da attacchi di panico (ICD-10; F41.0).
Dopo due colloqui lo psichiatra ha osservato che l’assicurata ha vissuto una vita fatta di stenti e di difficoltà e all’interno di una vulnerabilità genetica per la depressione. Questi fattori di rischio hanno creato l’insorgenza di episodi depressivi già durante il periodo giovanile, tanto che già nel 1992 è stata messa al beneficio di una rendita di invalidità. I disturbi depressivi e gli attacchi di panico sono continuati anche negli anni successivi, tanto che è stata in cura da diversi psichiatri. Egli ha concluso affermando che “la conoscenza della Signora RI 1 è ancora agli inizi, ma emergerebbero gli elementi per confermare la sindrome depressiva ricorrente, di entità media e i disturbi di attacco di panico, che sicuramente non le permettono di poter rientrare nel mondo del lavoro.”.
Nelle more istruttorie l’Ufficio AI ha reinterpellato il dr. med. __________, FMH psichiatria e psicoterapia del Servizio Medico Regionale, il quale il 18 dicembre 2017 (doc. VIII/1) si è così pronunciato:
" Ho preso attenta nozione del complesso della documentazione in dossier, inclusa la perizia pluridisciplinare restituita il 04.03.2016. Non è presente alcuna affezione psichiatrica in atto e questo fino al momento della decisione del 27.10.2017.
Correttamente il Dr. __________, che ha visitato l’assicurata il 11.10.2017, non riporta alcuna diagnosi psichiatrica con o senza influsso sulla capacità lavorativa nel rapporto SMR finale del 25.10.2017.
Nozione di patologia psichica con eventuale influsso sulla capacità lavorativa si ha attualmente solo con la lettura del rapporto del Dr. __________ che ha in cura l’assicurata dal 22.11.2017.
Fino alla data della decisione impugnata, 27.10.2017, non vi è dunque nozione di psicopatologia eventualmente invalidante. Rimangono valide le precedenti prese di posizione SMR.”.
Pendente causa la ricorrente ha prodotto il certificato medico del 1° marzo 2018 (doc. A6) del curante dr. med. __________, FMH medicina interna generale, il quale ha indicato che l’assicurata è affetta da tiroidite e gastrite autoimmune così pure da una osteoporosi severa. Quest’ultima affezione comporta l’assunzione di un trattamento combinato con calcio e vitamina D a vita e con bifosfonato a tempo indeterminato.
Il rapporto medico del 15 marzo 2018 (doc. A5) steso dal dr. med. __________ riprende per intero il suo precedente referto, tanto nell’anamnesi quanto nella diagnosi e nella valutazione. Poi completa quest’ultimo paragrafo come segue:
" (…)
Dal punto di vista psichiatrico la presa a carico della Signora RI 1, è iniziata il 22 di Novembre del 2017 ed è tutt’ora in corso. La valutazione psichiatrica ha messo in evidenza la presenza di una sindrome depressiva ricorrente e disturbi di attacco di panico, che non le permettono di poter rientrare nel mondo del lavoro. L’inabilità lavorativa in ogni attività lavorativa è del 100%.
Come casalinga nelle attività di pianificazione, organizzazione, ripartizione del lavoro e controllo presenta un impedimento che tocca il 50%, così come anche nella preparazione dei pasti, pulizia della cucina. Per quanto riguarda la pulizia dei pavimenti, dei vetri e rifare i letti il suo impedimento è maggiore, arrivando ad una percentuale di almeno l’80%. In relazione alla gestione dell’economia domestica quale acquisti spese, relazioni con enti ufficiali e assicurazioni, la sua incapacità è almeno del 50/60%, così come anche per i lavori un po’ più impegnativi quale stirare, cucire stendere e lavorare l’inabilità lavorativa tocca almeno il 60/70%. Pertanto l’inabilità lavorativa come casalinga è da rivedere, toccando una percentuale almeno attorno al 55/60%.”.
Il dottor __________ ha preso atto di questa nuova documentazione medica il 26 marzo 2018 (doc. XIV/1), affermando che quanto trasmesso dal dr. med. __________ non presentava nuove informazioni dal profilo somatico, mentre il referto del collega __________ conferma che la prima nozione di affezione psichica risale al 22 novembre 2017. Pertanto, lo psichiatra ha confermato le prese di posizione SMR fino alla data della decisione impugnata (27 ottobre 2017).
2.9. Per costante giurisprudenza (STF 9C_13/2007 del 31 marzo 2008), al fine di poter graduare l'invalidità, all'amministrazione (o al giudice in caso di ricorso) è necessario disporre di documenti che devono essere rassegnati dal medico o eventualmente da altri specialisti, il compito del medico consistendo nel porre un giudizio sullo stato di salute, nell'indicare in quale misura e in quali attività l'assicurato è incapace al lavoro come pure nel fornire un importante elemento di giudizio per determinare quali lavori siano ancora ragionevolmente esigibili dall'assicurato (DTF 125 V 256 consid. 4 pag. 261; 115 V 133 consid. 2 pag. 134; 114 V 310 consid. 3c pag. 314; 105 V 156 consid. 1 pag. 158). Spetta in seguito al consulente professionale, avuto riguardo alle indicazioni sanitarie, valutare quali attività professionali siano concretamente ipotizzabili (Meyer-Blaser, Rechtsprechung des Bundesgerichts zum IVG, pag. 228 seg.).
Quanto alla valenza probante di un rapporto medico, determinante è che i punti litigiosi importanti siano stati oggetto di uno studio approfondito, che il rapporto si fondi su esami completi, che consideri parimenti le censure espresse dal paziente, che sia stato approntato in piena conoscenza dell'incarto (anamnesi), che la descrizione del contesto medico sia chiara e che le conclusioni del perito siano ben motivate. Determinante quindi per stabilire se un rapporto medico ha valore di prova non è né l'origine del mezzo di prova, né la denominazione, ad esempio quale perizia o rapporto (STF 8C_828/2007 del 23 aprile 2008; STFA I 462/05 del 25 aprile 2007; STFA U 329/01 e U 330/01 del 25 febbraio 2003; DTF 125 V 352 consid. 3a; DTF 122 V 160 consid. 1c; Meyer-Blaser, Die Rechtspflege in der Sozialversicherung, BJM 1989 pag. 31; Pratique VSI 3/1997 pag. 123), bensì il suo contenuto (DTF 122 V 160 in fine con rinvii).
A proposito delle perizie mediche eseguite nell'ambito della procedura amministrativa, il TF ha stabilito che, nell'ipotesi in cui sono state eseguite da medici specializzati riconosciuti, hanno forza probatoria piena se giungono a conclusioni logiche e sono state realizzate sulla base di accertamenti approfonditi, fintanto che indizi concreti non inducono a ritenerle inaffidabili (DTF 123 V 176; DTF 122 V 161, DTF 104 V 212; SVR 1998 IV Nr. 1 pag. 2; SZS 1988 pagg. 329 e 332; ZAK 1986 pag. 189; Locher, Grundriss des Sozialversicherungsrechts, 1994, pag. 332).
In una sentenza pubblicata nella Pratique VSI 2001 pag. 106 segg., il TFA ha però ritenuto conforme al principio del libero apprezzamento delle prove definire delle direttive per la valutazione di determinate forme di rapporti e perizie. In particolare per quanto concerne le perizie giudiziarie, la giurisprudenza ha statuito che il giudice non si scosta senza motivi imperativi dalla valutazione degli esperti, il cui compito è quello di mettere a disposizione del tribunale le loro conoscenze specifiche e di valutare da un punto di vista medico una certa fattispecie. Ragioni che possono indurre a non fondarsi su un tale referto sono ad esempio la presenza di affermazioni contraddittorie, il contenuto di una superperizia, altri rapporti contenenti validi motivi per farlo (Pratique VSI 2001 pag. 108 consid. 3b)aa e riferimenti citati; STFA I 462/05 del 25 aprile 2007; STFA U 329/01 ed U 330/01 del 25 febbraio 2003).
Nella DTF 125 V 351 (= SVR 2000 UV Nr. 10 pag. 33 segg.), la Corte federale ha ribadito che ai rapporti allestiti da medici alle dipendenze di un'assicurazione deve essere riconosciuto pieno valore probante, a condizione che essi si rivelino essere concludenti, compiutamente motivati, di per sé scevri di contraddizioni e, infine, non devono sussistere degli indizi che facciano dubitare della loro attendibilità. Il solo fatto che il medico consultato si trovi in un rapporto di dipendenza con l'assicuratore non permette già di metterne in dubbio l'oggettività e l'imparzialità. Devono piuttosto esistere delle particolari circostanze che permettano di ritenere come oggettivamente fondati i sospetti circa la parzialità dell'apprezzamento.
Lo stesso vale per le perizie fatte esperire da medici esterni (DTF 104 V 31; RAMI 1993 pag. 95).
Le perizie affidate dagli organi dell'AI o dagli assicuratori privati, in sede di istruttoria amministrativa, a medici esterni o a servizi specializzati indipendenti, i quali fondano le proprie conclusioni su indagini approfondite e giungono a risultati concludenti, dispongono di forza probatoria piena, a meno che non sussistano indizi concreti a mettere in causa la loro credibilità (Pratique VSI 2001 pag. 109 consid. 3b)bb; STF 8C_535/2007 del 25 aprile 2008; STFA I 462/05 del 25 aprile 2007).
Occorre ancora evidenziare che l'allora TFA, in una decisione del 24 agosto 2006 concernente un caso di assicurazione per l'invalidità (I 938/05), ha evidenziato il valore probatorio delle opinioni espresse dai medici SMR nell'ambito dell'assicurazione per l'invalidità, sottolineando che in caso di divergenza tra il medico curante ed il medico SMR non è per principio necessario procedere ad una nuova perizia. In quell'occasione l'Alta Corte ha sviluppato la seguente considerazione:
" 3.2 L'on ne saurait certes mettre sur le même pied un rapport d'expertise émanant d'un Centre d'observation médicale de l'AI (COMAI) - dont la jurisprudence a admis que l'impartialité et l'indépendance à l'égard de l'administration et de l'OFAS sont garanties (ATF 123 V 175) - et un rapport médical établi par le SMR; toutefois, cela ne signifie pas encore qu'en cas de divergence d'opinion entre médecins du SMR et médecins traitants, il est, de manière générale, nécessaire de mettre en oeuvre une nouvelle expertise.
La valeur probante des rapports médicaux des uns et des autres doit bien plutôt s'apprécier au regard des critères jurisprudentiels précédemment énumérés (cf. consid. 3.1 supra). Il n'y a dès lors aucune raison d'écarter le rapport du SMR ici en cause ou de lui préférer celui du médecin traitant, pour le seul motif que c'est le service médical régional de l'AI qui l'a établi. Au regard du déroulement de l'examen clinique pratiqué par les médecins du SMR et du contenu de leur rapport, on ne relève, du reste, aucune circonstance particulière propre à faire naître un doute sur l'impartialité de ceux-ci. La recourante ne fait d'ailleurs rien valoir de tel." (…).
Per quel che riguarda i rapporti del medico curante, secondo la generale esperienza della vita, il giudice deve tenere conto del fatto che, alla luce del rapporto di fiducia esistente con il paziente, il medico curante attesterà, in caso di dubbio, in favore del suo paziente (STF 8C_828/2007 del 23 aprile 2008; DTF 125 V 353 consid. 3a)cc); Pratique VSI 2001 pag. 109 consid. 3a)cc; Meyer-Blaser, Rechtsprechung des Bundesgericht im Sozialversicherungsrecht, Zurigo 1997, pag. 230).
L'Alta Corte, nella sentenza 9C_142/2008 del 16 ottobre 2008 -concetto ribadito ancora nella STF 9C_721/2012 del 24 ottobre 2012 in un caso ticinese -, per quanto riguarda le divergenze di opinioni tra medici curanti e periti interpellati dall'amministrazione o dal giudice, ha precisato quanto segue:
" (…)
On ajoutera qu'en cas de divergence d'opinion entre experts et médecins traitants, il n'est pas, de manière générale, nécessaire de mettre en oeuvre une nouvelle expertise. La valeur probante des rapports médicaux des uns et des autres doit bien plutôt s'apprécier au regard des critères jurisprudentiels (ATF 125 V 351 consid. 3a p. 352) qui permettent de leur reconnaître pleine valeur probante. A cet égard, il convient de rappeler qu'au vu de la divergence consacrée par la jurisprudence entre un mandat thérapeutique et un mandat d'expertise (ATF 124 I 170 consid. 4 p. 175; SVR 2008 IV Nr. 15 p. 43 consid. 2.2.1 et les références [arrêt I 514/06 du 25 mai 2007]), on ne saurait remettre en cause une expertise ordonnée par l'administration ou le juge et procéder à de nouvelles investigations du seul fait qu'un ou plusieurs médecins traitants ont une opinion contradictoire. Il n'en va différemment que si ces médecins traitants font état d'éléments objectivement vérifiables ayant été ignorés dans le cadre de l'expertise et qui sont suffisamment pertinents pour remettre en cause les conclusions de l'expert." (…).
Infine, va ricordato che se vi sono dei rapporti medici contraddittori, il giudice non può evadere la procedura senza valutare l'intero materiale ed indicare i motivi per cui egli si fonda su un rapporto piuttosto che su un altro (STF 8C_535/2007 del 25 aprile 2008, STFA I 462/05 del 25 aprile 2007).
Da ultimo, affinché un esame medico in ambito psichiatrico sia ritenuto affidabile, esso deve adempiere diverse condizioni (DTF 127 V 294; D. Cattaneo, “La promozione dell'autonomia del disabile: esempi scelti dalle assicurazioni sociali”, in RDAT II-2003, pag. 571 seg., in particolare la nota 158, pag. 628-629; D. Cattaneo, “Le perizie nelle assicurazioni sociali” in: Le perizie giudiziarie, Ed. CFPG, Lugano e Helbing & Lichtenhahn, Basilea 2008, pagg. 203 e segg. (249-254).
Innanzitutto la diagnosi deve essere espressa da uno specialista in psichiatria e fondata sui criteri posti da un sistema di classificazione riconosciuto scientificamente (STF 9C_815/2012 del 12 dicembre 2012; DTF 131 V 49; DTF 130 V 396 segg.; DTF 127 V 294; Mosimann, Somatoforme Störungen: Gerichte und [psychiatrische] Gutachten, in: SZS 1999 pag. 105 segg.).
Il medico deve inoltre pronunciarsi sulla gravità dell'affezione e deve anche valutare l'esigibilità della ripresa di un'attività lucrativa da parte dell'assicurato.
Tale prognosi deve tener conto di diversi criteri, quali il carattere premorboso, l'affezione psichica e quelle organiche croniche, la perdita d'integrazione sociale, un eventuale profitto tratto dalla malattia, il carattere cronico della malattia, la durata pluriennale della stessa con sintomi stabili o in evoluzione e l'impossibilità di ricorrere a trattamenti medici secondo la regola d'arte. La prognosi sfavorevole deve essere fatta in base all’insieme dei succitati criteri.
Inoltre, l'esperto deve esprimersi sull'aspetto psicosociale della persona esaminata.
Del resto, il rifiuto del carattere invalidante deve ugualmente basarsi su diversi criteri, tra i quali le divergenze tra i dolori descritti e quelli osservati, le allegazioni sull'intensità dei dolori la cui descrizione rimane sul vago, l'assenza di una richiesta di cura, le evidenti divergenze tra le informazioni fornite dal paziente e quelle risultanti dall'anamnesi, il fatto che le lamentele molto dimostrative lascino l'esperto insensibile, come pure le allegazioni di grandi handicap nonostante un ambiente psico-sociale intatto (STCA 32.1999.124 del 27 settembre 2001).
2.10. Va ancora ricordato che per quanto riguarda in particolare l'invalidità cagionata da un danno alla salute psichica, il TFA ha stabilito che è decisivo al proposito che il danno sia di gravità tale da non poter praticamente esigere dall'assicurato di valersi della sua capacità lavorativa sul mercato del lavoro, o che ciò sia persino intollerabile per la società (DTF 127 V 298 consid. 4c, 102 V 165 = RCC 1977 pag. 169; Pratique VSI 1996 pag. 318, 321, 324; RCC 1992 pag. 180; ZAK 1984 pag. 342, 607; STFA I 148/98 del 29 settembre 1998 consid. 3b; Locher/Gächter, Grundriss des Sozialversicherungsrecht, Berna 2014, pag. 98).
Al riguardo, nella STFA I 166/03 del 30 giugno 2004 al consid. 3.2 l’Alta Corte ha inoltre avuto modo di precisare:
" (…)
Tra i danni alla salute psichica, i quali come i danni fisici, possono determinare un'invalidità ai sensi dell'art. 4 cpv. 1 LAI, devono essere annoverati - oltre alle malattie mentali propriamente dette - le anomalie psichiche parificabili a malattia. Non sono considerati effetti di uno stato psichico morboso, e dunque non costituiscono turbe a carico dell'assicurazione per l'invalidità le limitazioni della capacità di guadagno cui l'assicurato potrebbe ovviare dando prova di buona volontà; la misura di quanto è ragionevolmente esigibile dev'essere apprezzata nel modo più oggettivo possibile. Bisogna dunque stabilire se, e in quale misura al caso, un assicurato può, nonostante il danno alla salute mentale, esercitare un'attività lucrativa che il mercato del lavoro gli offre, tenuto conto delle sue attitudini. In quest'ambito il punto è quello di sapere quale attività si può da lui ragionevolmente esigere. Ai fini di stabilire l'esistenza di un'incapacità di guadagno causata da un danno alla salute psichica non è quindi decisivo accertare se l'assicurato eserciti o meno un'attività lucrativa insufficiente; di maggior rilievo è piuttosto domandarsi se si debba ammettere che l'utilizzazione della capacità lavorativa non può in pratica più essere da lui pretesa oppure che essa sarebbe persino insopportabile per la società (DTF 102 V 166; VSI 2001 pag. 224 consid. 2b e sentenze ivi citate; cfr. anche DTF 127 V 298 consid. 4c in fine). (…)".
Secondo la giurisprudenza del TFA, siffatti principi valgono fra l'altro per le psicopatie, le alterazioni dello sviluppo psichico (psychische Fehlentwicklungen), l'alcolismo, la farmacomania, la tossicomania e le nevrosi (STFA I 441/99 del 18 ottobre 1999; STFA I 148/98 del 29 settembre 1998, consid. 3b; RCC 1992 pag. 182 consid. 2a con riferimenti).
Nella STF I 384/06 del 4 luglio 2007 il TF ha ribadito che “(…) il riconoscimento di un danno alla salute psichica presuppone in particolare la diagnosi espressa da uno specialista in psichiatria, poggiata sui criteri posti da un sistema di classificazione riconosciuto scientificamente (cfr. DTF 130 V 396 segg.; cfr. pure la sentenza del Tribunale federale delle assicurazioni I 621/05 del 13 luglio 2006, consid. 4). (…)”.
Nella DTF 130 V 352 l’Alta Corte ha precisato i criteri per potere concludere che un disturbo da dolore somatoforme (ICD-10; F45.4) provoca un’incapacità di guadagno duratura (sul tema cfr. D. Cattaneo, “Le perizie nelle assicurazioni sociali” in Le perizie giudiziarie Ed. CFPG, Lugano e Helbing & Lichtenhahn, Basilea 2008 pag, 254-257).
Nella STF I 770/03 del 16 dicembre 2004, pubblicata in DTF 131 V 49, l'Alta Corte, dopo avere confermato che l'esame dell'effetto invalidante di un disturbo da dolore somatoforme richiede una verifica completa della situazione sulla base dei criteri summenzionati, ha aggiunto che si devono considerare anche gli elementi a sostegno della non sussistenza dell'obbligo di prestazione sull'assicurazione per l'invalidità.
Pertanto, se le limitazioni nell'esercizio di un'attività risultano da un'esagerazione dei sintomi o simili, di regola non sussiste un danno alla salute che dà diritto a prestazioni dell'assicurazione.
Questa situazione è data quando: vi è una notevole discrepanza tra i dolori descritti e il comportamento osservato/l'anamnesi; l'assicurato afferma di essere afflitto da dolori intensi, ma li caratterizza in modo vago; l'assicurato non fa richiesta di cure mediche o terapie; i lamenti dell'assicurato sembrano ostentati e quindi poco credibili al perito; l'assicurato sostiene di subire gravi limitazioni nella vita quotidiana, nonostante il contesto psicosociale sia pressoché intatto (Kopp/Willi/Klipstein, Im Graubereich zwischen Körper, Psyche und sozialen Schwierigkeiten, in: Schweizerische Medizinische Wochenschrift 1997, p. 1434, con riferimento ad uno studio approfondito di Winchkler e Foerster).
Questa giurisprudenza è poi stata progressivamente estesa ad altre affezioni, come risulta dalla DTF 137 V 64 sull’ipersonnia, nella quale l’Alta Corte si è così pronunciata:
" (…)
4.2 Diese im Bereich der somatoformen Schmerzstörungen entwickelten Grundsätze werden rechtsprechungsgemäss bei der Würdigung des invalidisierenden Charakters von Fibromyalgien (BGE 132 V 65 E. 4 S. 70), dissoziativen Sensibilitäts- und Empfindungsstörungen (SVR 2007 IV Nr. 45 S. 150, I 9/07 E. 4 am Ende), Chronic Fatigue Syndrome (CFS; chronisches Müdigkeitssyndrom) und Neurassthenie (Urteile 9C_662/2009 vom 17. August 2010 E. 2.3, 9C_98/2010 vom 28. April 2010 E. 2.2.2 und I 70/07 vom 14. April 2008 E. 5) sowie bei dissoziativen Bewegungsstörungen (Urteil 9C_903/2007 vom 30. April 2008 E. 3.4) analog angewendet. Ferner entschied das Bundesgericht in BGE 136 V 279, dass sich ebenfalls sinngemäss nach der in E. 4.1 hievor dargelegten Rechtsprechung beurteilt, ob eine spezifische und unfalladäquate HWS-Verletzung (Schleudertrauma) ohne organisch nachweisbare Funktionsausfälle inv